09, Set 2026

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Frammenti di vita accanto alla tecnologia

 

Primordio nella costruzione dell’UI ( Interfaccia utente) :-) (2019)

Durante l’adolescenza, per un ragazzo mentre correva di fondo l’anno 1976, spesso e volentieri si venivano a creare situazioni che mettevano in moto un processo interno, che io forgiai e che definii per antonomasia “ La moltiplicazione “.

 

Questa concentrazione era inclusiva di capacità proprie presenti, ma ancora poco sviluppate quali: la forza e il coraggio. La forza per un ragazzo di tredici anni non veniva definita dalla circonferenza dei bicipiti, ancora di palestre con le attrezzature e macchinari che potremmo trovare in una di oggi, ci sarebbe da aspettare per ben altri 10 anni; neppure per la corporatura, perché durante quell’età era pressoché in formazione, al contrario già nuotavo e correvo senza alcuna velleità agonistica, gli altri mi vedevano magro ma non secco.

 

Quindi, la forza costituiva per me, l’espressione del controllo della disponibilità fisica sotto pressione, richiamata in un dato momento, scaturitasi da un evento estremo eseguendosi in tempo reale. Un primordio di UI. Mentre il coraggio o l’autoesaltazione che si provavano e ci si sfotteva in quantità tra noi ragazzi, erano la materializzazione delle azioni dal sapore di sfida, messe in atto senza alcuna valutazione preventiva dei probabili danni conseguenti: il tutto rifluendo nel sorpasso dei limiti imposti dalle proprie libertà su quella degli altri, così come tante altre manifestazioni d’infrazione delle leggi vigenti, come fosse quello il campo d’addestramento per dimostrare di non celare timori e tipicità da femminuccie.

 

Le sfide per le prove di coraggio potevano sorgere in qualsiasi instante, tenendo conto che vivevamo nel quartiere di una città a due passi dal centro, una buona parte di queste erano:

 

saltare sopra il fuoco acceso dei “ focaracci “ nel giorno dell’Ascensione, sfrecciare davanti a un camion con la bicicletta a tutta miccia, cimentarsi nella lotta corpo a corpo con i compagni di giochi sul prato, scavalcare recinzioni per esercizio di perlustrazione, entrare di notte nella piscina comunale e farsi il bagno, la più dura senza dubbio quella di presentarsi a casa con qualche insufficente nella pagella, poi tante altre, che i miei coetanei sicuramente ricorderanno. Sebbene solo un 30–40% dei ragazzi si sottoponeva a questo genere di” prodezze”, le prove di coraggio erano uno strumento analogico per separare chi ne faceva uso da chi semplicemente ci rinunciava per manifesta paura. Quelli che si negavano erano destinati ad un ruolo minore nel gruppo, gli altri erano quelli che avevano mostrato disprezzo del rischio e saranno addidati come “ i capi”. Ricordo benissimo che raramente mi tiravo indietro, ma non per disprezzo del rischio, bensì per un inconsapevole amore.

 

Il giorno che l’evento estremo si venne improvvisamente a presentare, alla fine di quell’anno scolastico di terza media nell’istituto Leonardo da Vinci, scoccò come un fulmine a ciel sereno, dal sapore di una frustata repentina mentre te ne stai prendendo il sole a pancia in sotto.

 

Venivamo alterati dal continuo parapiglia in classe e insulti vari che ci lanciavamo mentre rimanevamo seduti in attesa della campanella di fine lezioni. Quel maledetto ultimo quarto d’ora che non passava mai, la sedia di legno diventata un letto per fachiri, la curva d’attenzione scesa a livelli fognari, la primavera che entrava prepotente dalle finestre ampie e luminose c’irradiava di luce mentre l'energia accumulata stava saturando tutte le connessioni fino al terminal della pazienza.

 

In più sapevo che a causa delle uscite graduali per piani dell’istituto, dovevo sbrigarmi se volevo vedere fuori nel piazzale, tra la ressa e il pipinaro di persone che veniva sempre a formarsi, quella ragazza alla quale avevo fatto un’anno intero di posta, sebbene in cuor mio, già avevo certezza che non ne voleva sapere di me.

 

In tutta quella febbricità convulsa e trasmissioni asimmetriche di testosterone, il suono della campanella coincise in un boato corale che fece tremare i vetri e le pareti ma non impedì, tra spintoni vari e urla di ragazzini, dal terzo piano dov’era la classe per tutte le scale a scendere, vedermi coalizzarsi contro, due dei miei compagni, entrambi di un anno più grandi di me sempre in combutta tra loro.

 

Questo inaspettato e minaccioso sodalizio, in perfetto stile bullying come si direbbe adesso, innescò e richiamò il comando dell’azione contraria e contundente, inviando grazie alla libreria dinamica del corpo, il segnale opportuno al momento adeguato. La risposta si materializzò nel posto più visibile della scuola cioè davanti alla porta centrale, come un bel teatrino dell’orrore con gli studenti di spalle e i genitori di fronte.

Quello che seguì fu una scarica repentina di cazzotti con la destra e la sinistra, come mai avevo sferrato fino a quel preciso momento, spostando il peso del corpo per rimanere a distanza tra i due, senza poter essere preso in mezzo. Il risultato fu al sopra di ogni buona aspettativa: uno sanguinava dal naso e l’altro stava visibilmente disorientato, ma soprattutto s’erano chiaramente arresi. In quel preciso instante ebbi coscienza del potere che avevo nei pugni stretti a modo di sfida, ricordandogli che potevo ancora far male se avessero continuato ad attaccare. Non ci fu tempo per altro, la contesa finì con gli altri ragazzi separandoci gridando come ossessi e dai genitori un timido mormorio di ripudio per un altro ragazzo violento da aggiungere al già ingrassato elenco cittadino.

 

Solo per il fatto di aver menato a due in contemporanea, davanti a un pubblico in fondo accondiscendente, venni catapultato immediatamente agli onori della cronaca giovanile d’allora. Quando si viveva di protagonismo ed esaltazione personale, anche basato sulla capacità di superarsi nei modi e nei fatti, episodi come questo, costituivano nel processo di formazione, per chi intendeva sbarazzarsi al più presto dell’adolescenza ed abbracciare il mondo dei maggiori: un’abilità, un’audacia da tenere in conto nel prossimo futuro. A casa, come non ero nuovo nel tornare ammostato e con gli abiti stracciati, neppure fecero troppo caso a questa nuova sfrontata circostanza.

 

Non ci fu alcun debug strutturale.

 

Mentre grazie a “ La moltiplicazione “ e alle altre doti di giovialità e curiosità, che comunque erano parte attiva della mia personalità, procurai che l’ingresso nel mondo degli adulti si fece più morbido. La tacita accettazione che venivo a percepire, dai personaggi e dai maggiori d’età che pullulavano nella mia gioventù, come quello di tutti gli altri del gruppo d’amici, era un motivo di orgoglio per dimostrare ancora di più la mia amicizia e la complicità per condividere quei particolari momenti. Di fatto, mi stavo preparando per essere messo al corrente dell’esistenza di un CODICE, mai scritto finora, al quale tutti dovevano attenersi se desideravano essere considerate persone di rispetto, degne di saluto e d’ammirazione.

 

Del tutto ignaro di ciò che avrebbe comportato per uno come me, che per default si fidava, fino a prova contraria, di quello che gli veniva confidato, mi misurai con un nuovo sistema così mutevole e spietato fino a sollecitare al massimo le prestazioni dell’interfaccia utente UI. Nonostante ciò , sia con una costante protezione real-time, sia con una spiccata percezione euristica delle probabilità negative, non ebbi modo di prevedere un attacco hackers, al quale già, per un certo senso, avevo svelato la costruzione delle passwords del mio sistema operativo. Ancora una volta il nemico veniva da un soggetto consideratosi “ amico “ ed invece risultò pandemico.

 

Ma è così che s’impara a costruirne uno più efficace.

Andrea Ciax

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